Teodoro Russo Cupo Realismo articolo da NEXUS inverno-primavera 2026

Cupo realismo

C’è un proverbio africano che in caso d’incendio consiglia a tutto il villaggio di aiutare a spegnere il fuoco. Se non lo si fa, presto o tardi andranno a fuoco anche le altre capanne.
Da Google Gemini: L’espressione «Villaggio globale», coniata da Marshall McLuhan negli anni ’60, ha raggiunto il picco di popolarità tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei primi anni 2000, per poi subire un declino costante. Oggi è considerata datata e il suo utilizzo è ai minimi storici.

Oggi più di ieri, per ciò che accade nel mondo, abbiamo bisogno di essere realisti e, senza giri di parole, di parlare chiaro e farci capire. Non possono e non possiamo più essere rassicuranti, costruttivi o pur anche inclusivi se, alla base del nostro ragionamento, non c’è alcuna minima convinzione di condivisione, comprensione, partecipazione. Così come nella lungimiranza di Papa Francesco, che aveva inteso che proclamare il Giubileo nell’anno appena trascorso poteva significare promuovere quella riconciliazione tra i popoli e il perdono dei peccati, invocando speranza e misericordia per superare ogni difficoltà.

L’anno appena trascorso si è chiuso all’insegna di quelle stesse guerre, aggressioni e sopraffazioni che speravamo cessassero per quella ricercata pace “disarmata e disarmante” acclamata fin dal giorno della sua elezione sul trono di Pietro e più volte ripetuta dal Nuovo Pontefice Leone XIV. Abbiamo ricercato, costruito e sperato che lui, grazie al vigore della sua giovane età, del suo ordine di appartenenza, della sua preparazione filosofico-scientifica e, non per ultimo, per il fatto di essere cittadino americano, potesse avere quella forza d’animo e spirituale per far ragionare chi di dovere e far fermare quest’escalation di violenze.

Purtroppo ci siamo sbagliati!

E certamente non per colpa del Sommo Pontefice che pur tanto si è speso in tal senso. Ed è così che l’anno appena iniziato, in contrapposizione alla chiusura della Porta Santa, ha aperto i suoi battenti salutandoci nel peggiore dei modi, con quella strage di giovani nella discoteca di Crans-Montana, una delle più famose e rinomate località svizzere la quale, proprio per questo, alla luce di quanto è emerso, non poteva e non doveva consentire che locali interrati, con soffitti bassi, non idonei e non a norma, si trasformassero da luogo di divertimento e di festa in luogo di tragedia e di disperazione.

Nelle Americhe, gli USA di Donald Trump, autonominatosi sceriffo di quella parte del mondo, all’insegna e con la scusa di combattere il narcotraffico e di far cessare le persecuzioni politiche perpetrate dal dittatore Maduro, con un blitz di alcuni minuti – certamente preparato da tempo e con l’aiuto dell’intelligence venezuelana – lo ha rapito per processarlo a New York. Non ha nascosto però, lo stesso presidente americano, gli interessi economici e geopolitici su quella nazione, sul suo petrolio, così come ha chiaramente ammonito diversi Stati confinanti, Cile, Cuba, Messico, senza nascondere per altro i forti interessi per la Groenlandia…

Stiamo affrontando una epoca in cui politica, trattati internazionali, democrazia, dialogo, sembrano essere sopraffatti dal più truce realismo e attivismo, che va nell’unica direzione possibile per soddisfare interessi egemonici e personalistici. In un’epoca in cui tutti dovremmo essere più costruttivi, inclusivi, rassicuranti, il mondo con i suoi maggiori attori sembra sbatterci in faccia una nuova scomoda verità:

non più dialogo, non più rassicurazioni, non più ricerca ostinata di accordi di pace.

Improvvisamente sembra che nessuno abbia più la voglia di farsi capire attraverso la forza delle parole e del ragionamento che, per tanto tempo, sono stati i fili conduttori tra i diversi popoli. Sembra improvvisamente aprirsi una finestra sul mondo in cui non c’è più tempo per le parole per farsi capire. Dove dovremmo avere il coraggio di guardare ciò che avremmo preferito non vedere:

che la povertà è un trauma permanente, non una condizione economica;

che l’infanzia è un’illusione che non salva; che la povertà è una cicatrice profonda che diventa vergogna. E che tutto ciò, piaccia o non piaccia, lascia un marchio indelebile non più da combattere e contrastare ma con il quale dover convivere. Come se il muro della ragione e del buon senso si fosse improvvisamente sgretolato sotto la sferza dei più cupi ragionamenti egoistici.

Ed è così che in molti si fa strada la rassegnazione, l’accettazione atavica di quanto accade, come fosse un periodo da sopportare, da attraversare forse, come fatto ineludibile della nostra storia.

E tanto più spalanchi quella finestra, tanto più capisci l’irrazionalità e la perdita di buon senso che ha raggiunto ormai livelli ben oltre la salvaguardia, e che tale consapevolezza non ti rende migliore:

ti rende più vero.

Ed è questa una lama che incide ancora di più e fa sanguinare. E sanguina nella ferita dei più attenti, di coloro che vivono e sognano un mondo migliore, di coloro che, estasiati dalle esortazioni del Sommo Pontefice e vicini alle parole del Presidente Mattarella, nel suo saluto di fine d’anno, confidano ancora nella forza della ragione e del bene. Non dobbiamo chiudere gli occhi e il cuore davanti agli orrori e alle distruzioni che immancabilmente ci vengono trasmesse su tutte le reti. È una sorta di autopsia emotiva continua che ci martirizza la mente e ci costringe a vedere ciò che non avremmo mai voluto vedere.

Immagini che, come un colpo di frusta, non ti danno il tempo di respirare e che colpiscono e denunciano quanto di più crudele possa esistere.

Viviamo una sorta di “realismo” al pari di quello che, fino a poco tempo fa, pensavamo surreale o non più accadibile. Anche i cronisti, in quei luoghi martoriati e di distruzione, sembrano quasi assuefatti: non spiegano più la morte o la distruzione, la lasciano parlare. E quando distruzione, morte e miseria parlano, non hanno sicuramente un lessico gentile.

Ti portano in quella stanza senza aria e senza finestra e poi spengono la luce, rendendo ancor più inaccettabile ciò che dovremmo rifiutare di accettare.

Perché Noi siamo nati in un’era diversa, di pace e di ricostruzione, di riconciliazione e di uguaglianza.

Teodoro Russo