Altro che favole Teodoro Russo

Altro che favole

Le favole degli antichi avevano come protagonisti degli animali che rappresentavano i vari caratteri e le diverse moralità delle persone. Voi, che animale siete? Io, che animale sono?

Il periodo storico che stiamo vivendo, certamente non con poca apprensione da parte dei più, non può lasciarci indifferenti, facendo sorgere in noi dubbi e domande di ogni genere sul perché ci sia questa escalation dell’uso della forza o quanto meno di mostrarla, per redimere controversie al posto di un sereno e costruttivo dialogo chiarificatore.

Posto che tutti sono consapevoli, o dovrebbero esserlo, sul fatto che tutto ciò che viene imposto con la forza o la violenza ha vita breve, o quanto meno non è duraturo, alla violenza o alle imposizioni spesso si risponde con altrettanta trasgressività ed ancor più inaudita violenza. Sembra impossibile, soprattutto dopo i trascorsi storici del nostro mondo, che tutto ciò non sia stato ancora compreso o non se ne abbia più memoria.

Fatto ancor più grave e pericoloso è che coloro che, proprio per il ruolo che hanno alla guida degli stati più industrializzati e potenti, dovrebbero prodigarsi per il dialogo, il confronto e pur anche la condivisione, sembrano aver perso il lume della ragione.

A costoro, ma non solo, suggerirei di andarsi a rileggere, se mai le avessero lette, alcune favole di Fedro e se non sapessero neanche chi fosse costui per non averne mai sentito parlare, tenterò, con questo mio scritto, di erudirli un po’, andando a scavare tra i miei ricordi d’infanzia.

Leggevo volentieri da bambino le favole di Fedro,

un favolista latino, dapprima schiavo e poi “liberto” alla corte di Augusto. I protagonisti delle sue favole sono per lo più animali, che hanno lo scopo di trasmetterci un’analisi amara del potere e del sopruso sui più deboli. Molte delle sue favole, da lui stesso definite esopiche – da Esopo, altro celebre favolista greco, di cui ne rivendica lui stesso l’originalità dell’imitazione – hanno dato spunti a numerosi detti e proverbi, tra i quali: “Chi troppo vuole nulla stringe”, “L’apparenza inganna”, “Tra i due litiganti il terzo gode” oppure “ Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Tutti modi di dire che, oggi più che mai, sono facilmente ascrivibili a situazioni o circostanze già dette pocanzi.

Di alcune di queste favole ne ho cara memoria, vuoi perché mi sono rimaste particolarmente impresse, vuoi perché, per la loro semplicità e sintesi narrativa, non possono che colpire chiunque le legga.

Tra esse, almeno un paio, forse tre, le ricordo benissimo.

Per esempio quella del lupo e la gru dove il lupo, mangiando voracemente a un banchetto di carne, ingoiò un osso che andò di traverso e gli rimase bloccato in gola. Non sapendo come liberarsi, il lupo chiese aiuto a tutti gli animali, promettendo una lauta ricompensa a chi lo avesse aiutato. Ingolosita dalla ricompensa si fece avanti una gru che, grazie alla sua testa piccola riuscì a calarsi nelle fauci del lupo, afferrò con il suo lungo becco l’osso e lo estrasse. Fatto ciò, la gru rivendicò la sua ricompensa molto generosa così come promesso dal lupo. Fu allora che questi rispose : “Sei un’ingrata a chiedermi una ricompensa, proprio tu che hai messo la testa nella mia bocca e non ti ho nemmeno mangiato”. Fu così che la gru apprese che a pensare di essere ricompensati per aver fatto qualcosa per i potenti e i malvagi, si sbaglia due volte. La prima perché questi non vanno mai aiutati e poi perché

da costoro, non si riceverà mai alcuna ricompensa.

Attualizzando questa fiaba ne scaturisce anche che, chi ha relazioni con i furfanti, prepotenti o inaffidabili, può aspettarsi solo dei tiri mancini. Così come bisogna stare attenti a non abbassare mai la guardia davanti ai malvagi, perché un lupo è sempre un lupo! Possiamo offrire una mano ad una persona cattiva, se è davvero bisognosa, ma facciamolo senza aspettarci nulla in cambio! E se si tratta di un evento occasionale, non deve comprometterci, perché le aspettative di ricompensa saranno sfruttate e tradite da coloro che non sono degni di fiducia.

Un’altra fiaba particolarmente significativa e che ricordo volentieri, è quella della volpe e della cicogna. I due animali non erano certo in buoni rapporti e un giorno la volpe decise di prendersi gioco della cicogna. La invitò così a casa sua per un pranzo e le offrì un succulento piatto di brodo. La povera cicogna però, con il suo lungo becco, non riuscì a berne neanche un sorso dal piatto e rimase praticamente digiuna. Nei giorni successivi la cicogna decise di ricambiare l’invito a pranzo alla volpe, che volentieri accettò. Fu cosi che la cicogna offrì il suo desinare all’interno di una bottiglia. La volpe non avendo il becco lungo, non poté prenderne o assaggiarne così, nemmeno un po’. Aveva preso in giro la cicogna lasciandola digiuna e ora toccava a lei rimanere affamata e derisa. Bisogna infatti, questa la vera morale, stare bene attenti a ciò che si fa o si dice perché prima o poi se ne pagano le conseguenze.

In breve, “Chi la fa, l’aspetti”.

Questi solo due esempi di quel percorso fiabesco e pedagogico che possiamo consigliare a chi nell’esternare tutta la sua arroganza e cupidigia, non si rende conto di ciò che fa o di ciò che dice. E molti altri esempi di favole più o meno note potrei ricordare: la volpe e l’uva, il lupo e l’agnello ecc.

Le favole, pur nella loro semplicità spesso ci illustrano con le loro trame, le regole che dovrebbero guidare il comportamento degli esseri umani. Mi viene da dire che, l’uomo migliore del terzo millennio è colui che sa comprendere come va il mondo e sa perciò evitarne i pericoli.

Sembra impossibile ma à proprio così. Le favole raccontate e poetizzate alla cetra duemila anni fa da un umile schiavo e narrate o fatte leggere ai bambini fino al secolo scorso come ausilio di un percorso scolastico ed educativo, ci inducono a una semplice ma profonda riflessione.

E allora, conseguentemente, faremmo meglio ad andarci a rileggere qualche favola e, ve lo assicuro, quelle di Fedro sono sempre le più attuali.