Feliciter
“V’è nelle cose umane un’alterna marea, che assecondata guida gli uomini alla fortuna; mancata, tutto il viaggio della loro vita è tra secche e miserie”.
W. Shakespeare, Giulio Cesare
“Coloro ancora, che attribuendo el tutto alla prudenza e virtù, escludono quanto possono la potestà della fortuna, bisogna almanco confessino che importa assai abattersi* o nascere in tempo che le virtù o qualità per le quali tu ti stimi siano in prezzo.”
F. Guicciardini, Ricordi
Le persone di tutto il mondo sono solite augurarsi l’un l’altro buona fortuna prima di ogni evento significativo o circostanza particolarmente importante. La Fortuna, fin dai tempi più antichi, era rappresentata come una divinità e il suo culto fu introdotto da uno dei primi sette re di Roma, Servio Tullio; presiedeva al destino, alla fecondità e a tutto ciò che era bene per l’uomo. Vari gli epiteti che indicavano i suoi poteri e le sue particolarità. Tra i più noti c’era Fortuna Virilis, ovvero protettrice degli uomini; equestris, protettrice dei cavalieri; muliebris, protettrice delle donne e dei matrimoni e così via. Era rappresentata come una giovane donna in equilibrio su una ruota e con gli occhi bendati.
Il nostro “Ti auguro il meglio” equivaleva allora a “Feliciter”,
ovvero con buona fortuna o con successo. “Ad majora”, verso cose più grandi e un augurio per risultati migliori e un futuro prospero, corrispondeva al nostro “Fai vedere quanto vali”.
Augurare “Buona fortuna” dunque, si può usare in ogni occasione, per ogni evento o prova, circostanza o momento particolare che si sta o si deve affrontare. È quella forza, evidente o celata, che viene evocata a supporto favorevole per un individuo o gruppo di persone. È un auspicio ed un augurio di successo, di coraggio ed incoraggiamento ad affrontare quella tal cosa nel miglior modo e nelle migliori condizioni possibili.
Tante e diverse le situazioni del nostro percorso di vita in cui ciascuno di noi, compreso chi scrive, ha avuto bisogno delle già citata Fortuna virilis. Ma se è anche vero che “Audenter fortuna juvat”, la fortuna aiuta gli audaci,
è altrettanto vero che per essere audaci bisogna essere fortunati.
È nato sotto una buona stella, dicono i più acculturati; c’ha culo, tutti coloro che preferiscono un linguaggio più terra terra ma di grande eloquenza popolare. “È stato baciato dalla fortuna” o “Ha avuto un colpo di fortuna” per altri è l’avere acciuffato un successo inaspettato.
Resta il fatto che augurare un destino propizio, una sorte favorevole, se non addirittura benedire ciò che si sta facendo, è un modo antico e apprezzato che ha avuto le sue evoluzioni.
È così che, i più vicini a una cultura religiosa, preferiscono al comune augurio che si rifà alla fortuna, il più autorevole e clericale “La Madonna sia con te” o “ti accompagni”. Come si preferisce e a seconda della regione di appartenenza.
Ma non possiamo non ricordare che, così come tutto evolve e si modifica, anche il linguaggio parlato e scritto non è immune da questo concetto del filosofo Eraclito. Ed è così che, da molti anni ormai, si preferisce augurare, in ogni circostanza, un più originale quanto sonoro “In bocca al lupo”. Ma cosa c’entra il lupo con la buona sorte, con la fortuna, con l’evocazione di successo?
Perché proprio in bocca al lupo dobbiamo andare?
Non è certo un agnellino o un coniglietto, animali a noi forse più vicini o famigliari e certamente più docili! Perché poi dobbiamo farlo crepare rispondendo con un rapido “Crepi il lupo”? È giusto rispondere così ? Non ne sono troppo convinto ma, andiamo per ordine.
Si dice “In bocca al lupo” poiché i cacciatori, di cui in tempi remoti era pieno il Paese, ambivano a trovarsi il più vicino possibile a questo animale per prenderne la preziosa pelliccia. Conseguentemente però era necessario che, anziché finire nelle sue fauci, il povero animale venisse ucciso. Di qui la risposta “Crepi il lupo”, che sottintende un desiderio di sconfitta del pericolo. Quindi, tale affermazione, nasce come augurio di buona fortuna tra i cacciatori con il significato opposto a quello letterale. Augurare “In bocca al lupo” significava in realtà augurare di uscire vittoriosi da una situazione di pericolo come quello di trovarsi di fronte a un lupo. Anche nelle favole, Cappuccetto Rosso docet, il lupo era storicamente considerato come una minaccia, l’incarnazione del male, motivo per cui la storica frase ”Crepi il lupo” deve essere considerata per scongiurare la cattiva sorte.
Alla stessa stregua di “Crepi l’avarizia“ o “Crepi l’invidia”, dove si augura la morte di ciò che ostacola la felicità.
Oggi il lupo, che ha vissuto tempi vicini all’estinzione così come i cacciatori, non viene più considerato come l’incarnazione del male o una preda da eliminare – svecchiando l’immaginario collettivo sulla sua ferocia – ma come un mammifero necessario alla fauna la cui sopravvivenza va preservata. Da qui la più attuale risposta al tradizionale “In bocca al lupo”, sostituita con “Viva il lupo!”. Quello stesso lupo o lupa che, con il più alto senso materno di protezione verso i suoi piccoli, li protegge dal pericolo continuamente, prendendoli in bocca e spostandoli di tana in tana. Così come nella storia leggendaria di Roma è presente la lupa che salva dalla alluvione del Tevere, prendendoli prima in bocca ed allattandoli poi, i neonati Romolo e Remo.
Per questo e per la vicinanza a tutti gli animali, nessuno escluso in quanto esseri viventi, rispondiamo sempre, da oggi in poi, all’augurio “In bocca al lupo” con “Viva il Lupo”.
A me, che ho cercato nel mio modo maldestro a cui mai potrete abituarvi, di portavi per qualche minuto lontano dai pensieri e problemi della quotidianità, risparmiatemi il vostro “Crepi il lupo Teo”; anche perché, ormai lo sapete, sono immune in quanto io stesso figlio della lupa!
*Qui col significato di “capitare”







