Incontro a Westminster
C’erano tutti gli ingredienti per una perfetta gita londinese; poi, non si sa come, gli eventi hanno preso una piega alquanto inaspettata…
Era domenica. Una giornata tipica londinese, con una pioggerellina sottile, fitta e un freddo pungente. Al mattino presto avevamo fatto jogging attraversando Hyde Park per passare davanti a Buckingham Palace, St James Park, Trafalgar Square per tornare indietro in hotel al The Rubens Palace.
Alle 10.30 circa dopo una doccia e una colazione ristoratrice, eravamo alla Cattedrale di Westminster per assistere alla Santa Messa che, per una non corretta informazione sui social, si era già tenuta mezz’ora prima. Sostammo così nella cattedrale. Mi soffermai in fondo a contemplare la bellezza dell’arcata centrale e la maestosità dell’altare maggiore.
Mi inginocchiai assorto nella preghiera quando un signore alto, con una folta capigliatura e vestito con un lungo saio, mi si avvicinò e guardandomi con fare cortese, ma deciso, con degli occhi acquamarina, mi pose la mano sulla spalla e mi chiese:
“Hi, what’s happening to you?”
“Sorry – risposi – I don’t speak English.” “Sei italiano sento, che cosa ti succede? Perché hai il viso così dispiaciuto?”
Cercai di nascondere la sorpresa per quel modo di fare, così fuori dal normale e da una persona a me sconosciuta. “Non ho nulla – dissi – sono solo rammaricato di non aver potuto partecipare alla funzione religiosa per un mero disguido di orario”. Mi guardò allora con uno sguardo ancor più profondo e indagativo, quasi volesse leggermi dentro. Ancora non mi ero ripreso dalla sorpresa che commentò: “Sai quante persone vengono alla Messa senza ascoltarla? Solo per far vedere agli altri la propria presenza, oppure come fatto consuetudinario? O addirittura non capendo il profondo significato delle parole e della liturgia eucaristica? Ne conosco più di qualcuno”.
“Non so, ma forse è vero quello che dici. Purtroppo il mondo oggi sembra essersi capovolto. Coloro che dovrebbero unire dividono, coloro che dovrebbero governare i popoli amministrano solo sé stessi e le persone a loro vicine”.
“Non disperarti figliolo – mi disse – ricordi il pensiero del fratello Francesco? Dov’è discordia dobbiamo riuscire a portare armonia, dov’è l’errore dobbiamo portare la verità, dov’è il dubbio ci sia dato di portare la fede. E dov’è disperazione, che possiamo portare la speranza”.
Rimasi colpito a essere chiamato «figliolo», vuoi perché non sono più un ragazzo, vuoi perché era da tanto tempo che nessun uomo, anche di chiesa, me lo aveva detto. Pure il riferimento al Poverello di Assisi, fatto da uno sconosciuto nella maestosità di Westminster, mi colpì così tanto che mi fece trattenere il respiro.
L’altare centrale e le angeliche decorazioni della volta sembravano calarsi verso di me in una lenta girandola di colori e luci. La statua di San Pietro, seduto sul trono ligneo, pareva animarsi e venirmi incontro. Lo sconosciuto sembrava ora avesse ancor più voglia di parlare, di raccontare e interrogarmi. Mi richiamò all’attenzione e mi disse che avrei avuto altre occasioni di partecipare alla Santa Messa.
“Ricordati che la celebrazione domenicale è essenziale per rinnovare la Fede, incontrare il Risorto per il perdono dei peccati”.
“Accidenti – pensai – ora mi chiederà pure dei miei peccati.”
Non feci in tempo a pensarlo che subito mi chiese: “A proposito figliolo – e questa volta il tono era quasi baritonale – a peccati come siamo messi?” “Bene – mi venne spontaneo rispondere – Cioè male” mi corressi, mentre sentivo il colore della vergogna arrossarmi il viso.
Un particolare silenzio, strano, sembrava essere calato fra noi e la cattedrale. Gli angeli della volta mi sembravano ora più animati, irrequieti. “Guarda – mi disse allora chi non avevo ancora ben capito chi fosse – il peccato rappresenta una rottura o uno sfilacciamento dell’alleanza con Dio che richiede pentimento. È, il peccato, un pensiero, un errore o un’azione negativa, ma anche una mancanza di rispetto verso sé stessi e la comunità. È la trasgressione che ferisce Dio, ma anche la natura umana e il prossimo. È insomma qualcosa di deplorevole da cui tu, che vieni per il ristoro dell’anima in questo luogo, devi imparare a fuggire”.
Ascoltai con attenzione queste parole. Mi pareva quasi che avesse capito la mia necessità interiore di avvicinarmi o riavvicinarmi ancor di più a quella Fede che forse sentivo allontanarsi, affievolita. Ebbi un sussulto, quasi un moto di orgoglio.
“Non fraintendermi però – mi affrettai a dire – non sono un iperpeccatore, non sono un pregiudicato, un falso o uno spergiuro. Vivo alla giornata, mi arrabatto tra le difficoltà quotidiane a cui la vita ci costringe. Sono un peccatore normale, come tanti”.
“Come tanti, appunto! E lascia che aggiunga: come troppi! Non è possibile andare avanti così. I cattivi comportamenti purtroppo sono contagiosi, generano proseliti in un batter di ciglia. Per questo il mondo sta andando a scatafascio, bisogna essere d’esempio sempre e comunque!”
“Certo, ma non credo di essere proprio io il cattivo esempio che sta trascinando il mondo alla rovina. Non comando e non conto nulla. Anzi, te lo dico riprendendo le parole di Papa Benedetto XVI, sono solo un umile lavoratore nella vigna del Signore”. “Sì, ma un lavoratore umile che dà un cattivo esempio”.
“E daii! Non sono peggiore di tanti altri,
certo potrei comportarmi meglio, ma non tutti nascono Santi”.
“Per il nome che hai, Teodoro, ovvero dono di Dio, e di cui vai così orgoglioso, dovresti essere sì d’esempio, tra coloro che seguono e diffondono ogni giorno la Fede cristiana e il Verbo del Signore”. “Non esageriamo ora… sono già così pieno del mio lavoro e degli impegni che ne scaturiscono che mi manca solo di dover andare in giro a predicare il Vangelo”. “Ma allora non lavori nella vigna del Signore”.
“Si fa per dire. Il mio lavoro più che una vigna è una fabbrica di problemi, che quotidianamente devo affrontare e risolvere per mandare avanti la baracca e da cui dipendono le sorti di un centinaio di famiglie, più o meno. Non pensi che basti?” “Ecco vedi, proprio per questo devi essere d’esempio”. “E io lo sono, o quanto meno cerco di esserlo. Lavoro quattordici ore al giorno, tutti i santi giorni”.
“Non basta lavorare. Essere d’esempio significa anche trasmettere agli altri quella forza interiore di valori che si fondano e si trovano nella Fede. E poi, la domenica, in chiesa ci vai sempre? Cerchi di stare più tempo in famiglia? Non sei mai così nervoso da scaricare la tua collera sugli altri? Con gli altri, hai la pazienza necessaria in ogni circostanza? Durante il giorno, rivolgi qualche volta il pensiero al Signore, anche solo per qualche istante?”
“Scusami, ma ora forse stai esagerando. Mi stai facendo diventare il capro espiatorio del destino del mondo. E poi, ora che ci penso, ma tu chi sei per farmi la morale? E come fai a sapere il mio nome se non te l’ho neanche detto?”
E mentre continuavo a parlare per cercare di scrollarmi di dosso tutte le oggettive responsabilità rilevate dal mio interlocutore dalla folta capigliatura, lo sguardo penetrante e gli occhi marini, dal saio lungo e chiaro, sentii come girarmi la testa e la vista mi si appannò.
Iniziò un trillio lontano
ma continuo, che si diffuse nella cattedrale, e a poco a poco la vidi invasa da una nebbia prima leggera poi sempre più fitta. Il trillio si fece sempre più forte. Mi girai. La sveglia segnava le cinque. Era ora di alzarmi e andare! Andare a lavorare nella vigna, o meglio nella fabbrica del Signore.







