Lealtà e fedeltà
In una società che si racconta proiettata al futuro, alla novità, al cosiddetto progresso, L’Odissea conserva tutta la sua attualità nonostante il viaggio di Ulisse non sia che un ritorno, un “Nostos” per usare la parola greca. Forse è veramente così: il vero viaggio è sempre verso casa e tutto quello che viene prima è solo un preambolo. Se è vero, qual è la vostra Itaca?
Ci sono racconti, libri, storie vere o leggende che non smettono mai di dirci o insegnarci qualcosa. Di farci riflettere, pensare o fantasticare, se non addirittura farci guardare dentro attraverso lo specchio della vita. Così che questa estate, è tornato incredibilmente alla ribalta grazie a un bellissimo quanto discusso film di Christopher Nolan, il poema attribuito a Omero, l’Odissea. Ha tenuto banco, ha fatto discutere e confrontare storici e critici, cinefili e non. Questo epico, quanto intramontabile racconto leggendario del viaggio che Ulisse – ovvero in greco Odisseo – l’eroe ostinato e anche ostacolato o avversato dagli dèi, compie per tornare a casa, Itaca, dopo la guerra di Troia.
Almeno una decina le rappresentazioni cinematografiche e TV di questo straordinario viaggio, tra essi il mitico film Ulisse, sul finire degli anni ’60, con il celebre Kirk Douglas. Ma epica – la più seguita dagli italiani della mia generazione – è la versione del 1968, diretta e voluta da Franco Rosi per la RAI, con Bekim Fehmin nel ruolo di Ulisse e Irene Papas in quello della moglie, Penelope.
Ulisse/Omero è quindi un personaggio della mitologia greca,
che ha nella leggenda un pezzo di verità.
In Turchia, su una collina, dove la tradizione collocava quella città resa famosa, Troia, un archeologo tedesco va a scoprire le rovine di un’antichissima urbe distrutta e ricostruita più volte nel corso dei secoli. Oggi, non a caso, sito UNESCO, patrimonio dell’umanità.
Insegna l’Odissea, al cinema o leggendola, il valore e la forza dell’intelligenza, della resilienza e il legame profondo con le proprie radici, con la propria storia, che niente e nessuno potrà mai cancellare o far dimenticare. Ed è la forza della mente che affianca Ulisse, sempre e comunque. Ulisse, l’eroe che non vince con la potenza bruta dei muscoli come Achille, ma usa l’astuzia, la scaltrezza relativa a ciò che vede, a ciò che sente, il pensiero e la parola, per superare gli ostacoli, i pericoli.
È, questo lungo viaggio, la metafora di ciascuno di noi, della vita umana fatta di prove, errori, tentazioni. Ma, alla fine, sull’istinto prevale il buon senso, l’intelligenza e il cuore ci sostengono e supportano
perché nella vita non si può e non si deve mollare né cedere alle tentazioni.
È questa la battaglia interiore forse più dura dell’eroe e dell’uomo che vince nello scegliere di tornare a casa, dai suoi affetti, rifiutando persino l’immortalità offertagli dalla dea Calipso.
L’ospitalità è, in questo racconto epico, sacra, così come il rispetto per lo straniero, il viandante o il più povero dei mendicanti, che non può non essere alla base della civiltà umana. Chi ripudia, viola o peggio non considera affatto tale valore, come accaduto nel poema con Polifemo o gli stessi Proci, porta la società alla sconfitta se non addirittura all’autodistruzione.
Così come la resilienza è lo spronare e l’incitare sempre e comunque a resistere nei momenti più bui, ricordando che la forza dell’uomo nasce dalla capacità di sopportare le avversità e fare contemporaneamente tesoro dell’esperienza. Sopporta o cuore: hai sopportato mali peggiori, dice Ulisse in un passo del poema.
Ed è anche per questo che l’opera è considerata il più alto esempio di saggezza, della profondità della riflessione e della giustizia, nel rapporto tra credo religioso e pensiero umano, tra uomo e divino.
Così come torna fortemente alla ribalta il semplice connubio tra l’uomo e l’animale, nella fattispecie il suo mai dimenticato cane.
Il suo Argo, veloce, splendente,
allevato dal nostro eroe prima di partire per quella lunga guerra e che muore ai piedi del suo padrone, quale fulgido esempio di fedeltà e lealtà. Argo è il primo a riconoscerlo pur trasformato in vecchio mendicante dalla dea Atena. Non avendo la forza di corrergli incontro, muove la coda e abbassa le orecchie in segno di saluto. Ulisse, l’eroe forte, si commuove e mostra i tratti della sua più profonda umanità, asciugandosi di nascosto una lacrima per non farsi scoprire dal servo che lo accompagna. Lacrima che contiene e conserva tutte le sue incredibili storie degli ultimi venti anni.
Subito dopo aver rivisto e ritrovato il suo padrone, Argo muore, rappresentando la fedeltà dell’animale così come dovrebbe essere al pari la lealtà dell’uomo. Incrollabile nel tempo e prioritaria rispetto a ogni disavventura, come il degrado e il disordine in cui è decaduta Itaca a causa dell’invasione dei Proci e della lontananza di Ulisse. Odisseo e Argo si limitano a guardarsi, a osservarsi nel profondo degli occhi, forse un po’ opacizzati per il tempo trascorso. L’intesa è forte, struggente, fragorosa come tra persone che da lungo tempo si conoscono. Il loro incontro è fatto di silenzi, gravido di pensieri e di parole. Il riconoscimento e il silenzio hanno una risonanza emozionale
e rimbombano negli ampi spazi dei ricordi e della memoria di entrambi.
Eroica la resistenza dell’animale, riverso e abbandonato sul letame, che per venti anni ha atteso questo momento. Ma gli stenti, le avversità e lo stesso tempo non hanno scardinato dal suo cuore il ricordo, la fedeltà, la lealtà nei confronti del suo più grande amico. Di quell’uomo, non già solo del suo padrone, con il quale ha condiviso momenti di gioia e di inesauribile intesa, mai sopita e mai dimenticata.
Ed è così che, la mera morte che sopraggiunge non riesce a oscurare quella luce di felicità nell’aver ritrovato se pur per pochi istanti colui che mai aveva dimenticato e che, indirettamente, gli ha dato la forza per volerlo rivedere, rincontrare dopo così tanto tempo. L’anziano mendicante e il cane maleodorante e vecchio tornano ad essere insieme gli inseparabili amici di un tempo lontano, passato ma mai cancellato nel cuore e nella mente di entrambi.
Quasi a volerci dire e insegnare che nulla e niente possono annullare o distruggere legami così forti, così sinceri, e, se vogliamo, disinteressati di profonda amicizia e lealtà. E di questo ogni uomo dovrebbe fare tesoro.







