A true story?
Gli scrittori calano la rete nel vasto mare delle vicende umane per trarne materia con la quale scrivere i racconti della letteratura, del teatro, del cinema. Talvolta, invece, il soggetto è interamente immaginario e ciononostante vi si appone la formula «Basato su una storia vera» come per convalidare ciò che è soltanto invenzione. Chissà, cari lettori, in quale dominio ci troviamo questa volta: nella verità diventata favola, o nel sogno vestito da realtà?
È una storia vera? Potrà chiedersi chi mi legge ormai periodicamente.
Lo svelerò solo alla fine, lasciando il cruccio di immaginarlo o scoprirlo solo a racconto ultimato, in controtendenza a quanto accade nei film dove, in anteprima, si legge «A true story», per indicare un racconto o un’opera basata su fatti, persone o avvenimenti realmente accaduti, ovvero «fatti e personaggi di questa storia sono puramente immaginari».
E questa storia inizia quando…
Avevo conosciuto Giovanni alla fine del secolo scorso; lui, di una ventina di anni più grande di me, aveva iniziato il recupero e il restauro di un immobile splendido per fattezze e strepitoso per posizione, già adibito ad hotel. Rimasi colpito del suo dinamismo e dalla sua voglia di fare, impegnato in un intervento che certamente non rientrava, fino ad allora, tra le sue competenze commerciali.
Nel conoscermi, diventai per lui una preziosa fonte di informazioni e indicazioni, avendo già affidato in appalto ad altra ditta i lavori sui quali più volte, durante la loro l’esecuzione, ebbe a manifestarmi dubbi. Lo rassicurai spesso, anche in molte circostanze quando i suoi dubbi erano fondati. Capì e apprezzò che non ero abituato a denigrare sempre, preventivamente e comunque, il lavoro e le scelte degli altri, sebbene miei competitor; questo fece accrescere la sua considerazione nei miei confronti, che non poté poi che confermarsi in una reciproca e inossidabile stima negli anni seguenti.
Fu così che diventammo amici tanto che un giorno mi confidò, con grande coraggio, il dramma che stava vivendo con il nipotino Giacomo, nato così prematuramente da comprometterne la possibilità di poter un giorno vedere.
Mi parlò di quante visite e di quanti specialisti interpellò e, proprio per non lasciare nulla di intentato, di un viaggio negli USA di sua figlia e del piccolo Giacomo in un centro specializzato. Erano gli anni 2002/2003 e l’America era considerata ancora, per certe cose – a torto o a ragione – l’ultima chance o l’ultima speranza per debellare magari anche solo parzialmente, quella totale cecità a cui invece il bambino era purtroppo destinato.
Gli anni seguenti videro me e Giovanni sempre più coesi in questo naturale rapporto di amicizia, fiducia e stima che produsse anche delle reciproche opportunità di lavoro e collaborazione.
Una mattina primaverile Giovanni mi venne a trovare nel mio ufficio e mi parlò di quello che era diventato un suo desiderio di vita, un suo personalissimo sogno che – a detta di qualche ingegnere e architetto già interpellati – era impossibile realizzare.
Me ne parlò con gli occhi lucidi
e con un tono di voce così affievolito e grave che mi colpì profondamente. Mi raccontò così di quel pilastro che voleva eliminare al centro del salone della casa della figlia, dove Giacomo non vedente giocando aveva già sbattuto diverse volte. Tutto questo gli apriva ogni volta una ferita mai rimarginata, resa ancor più sofferente per non averci pensato prima. Compresi tutto il suo sconforto e la sua interiore disperazione tanto che mi convinse ad andare a fare un sopralluogo, per capire se e come avrei potuto intervenire, escogitando qualcosa che, senza fare troppi danni o stravolgimenti, potesse ovviare al problema, garantendo comunque la staticità dell’immobile. Ci ragionai molto e mosso anche dalla voglia di voler esaudire un seppur difficile desiderio di un amico – da altri ritenuto impossibile – studiai e organizzai un intervento strutturale certosino e non invasivo nel suo insieme, riuscendo nell’intento. Il piccolo Giacomo poteva finalmente correre e giocare liberamente, senza più quell’odioso pilastro che a lui e al nonno Giovanni aveva dato tanto dolore e sofferenza.
Sono oggi trascorsi oltre venti anni da quel giorno e solo quattro da quando il mio amico Giovanni ci ha lasciato.
Ritrovare Giacomo Zuanella adulto, il 6 maggio scorso, all’interno di una sala dell’immobile oggi hotel 4 stelle ristrutturato dal nonno e gremita di persone, mi ha scosso e sorpreso.
Lui, al centro di un tavolo conferenziale a illustrare il suo libro «La profezia dei mezzaluna», 250 pagine di un racconto fantastico che ha, inspiegabilmente, descrizioni così precise, puntuali e dettagliate, impossibili figlie di chi non ha mai potuto vedere, pur vivendo nella profonda luce della percezione e dell’interiorità.
Lo avrei immaginato, Giacomo, arrabbiato e risentito per quello scherzo crudele che, ai nostri occhi, madre natura gli aveva riservato. «E invece eccolo qua» pensavo, felice di essere in cattedra, anzi letteralmente raggiante, a regalarci un ritratto senza tempo di paesaggi e spazi mai visti, ma più veri o verosimili di quelli che si possono incontrare.
Perché grazie forse alla forza dell’immaginazione e alla rilevanza cognitiva e sensoriale di Giacomo, egli riesce a vedere corpi reali e tangibili affollarsi in uno spazio vero e piccolo;
percepisce l’immagine di una relazione, di uno scambio, di un rumore, di un ascolto.
Si apre a quella insubordinazione intellettuale che la cecità gli concede, sciogliendo l’intelligenza e aguzzando quella percezione visiva che lo conduce a vedere e a descriverci ciò che sente nella sua condizione. Lo fa liberamente, senza pause o condizionamenti, senza se e senza ma. È un tripudio di applausi, quasi ovazioni per questo giovane, addirittura invitato al Salone Internazionale del Libro di Torino, la più importante fiera della carta stampata a cui partecipano scrittori, editori e visitatori da tutto il mondo.
È così che Giacomo, che vive nell’oscurità della sua luce, ha illuminato i suoi cari, sua mamma, sua sorella, la nonna e lo zio in primis e tutti gli altri, regalandogli la più grande delle soddisfazioni e ripagandoli per ciò che, nel tempo, hanno fatto per lui.
Sono convinto che, questa non è e non sarà l’ultima delle gioie che Giacomo condividerà con loro, avendo compreso il suo talento, la sua capacità di rendere possibile ciò che poteva non esserlo.
Così come risulta facile a questo punto, svelarvi (ma l’avrete già capito…) che questa è una storia vera, dura se volete per certi aspetti ma concreta e gioiosa per altri.
Proprio così, come forse il nonno Giovanni avrebbe voluto che fosse, ossia piena di riscatto per il suo amato nipote Giacomo e con me, suo sincero amico ed estimatore, chiamato a raccontarla in questa true story.







